educazione e pedagogia, maternità

La Famiglia: l’ultimo custode degli abbracci

Mai come in questo momento storico la famiglia svolge un ruolo fondamentale.

Non solo per gli slalom che si trova costretta a fare tra lavoro, dad, quarantene, ma anche e soprattutto per le peculiarità educative che solo lei in questo momento mantiene.

Mi sono posta questa domanda, guardando i miei figli, ed in primis il mio ultimo figlio, poco più di un anno di vita…questa è l’unica realtà che conosce. Per lui il mondo è questo, non conosce “un mondo come era prima”.

Ecco dunque la mia riflessione:

“mentre tutto il mondo cambia e si adegua a questa emergenza sanitaria, dove si scardinano i pilastri della socializzazione, dove si copre il volto e non si lascia più trasparire le emozioni e neanche i sorrisi, dove la distanza è l’imperativo categorico, ecco mentre tutto cambia dove viene conservato il ricordo del mondo che era, il mondo prima?

Dove sono finiti i baci, gli abbracci, le strette di mano, i sorrisi a bocca aperta???

Chi continua a dispensarli? Dove continuano a vivere?”

In FAMIGLIA.

Solo all’interno della famiglia si mantengono vive e intatte queste risorse.

Solo all’interno della famiglia i bambini vedono il volto intero dell’adulto.

Solo in famiglia ricevono baci e la cosa più importante è che solo in famiglia i bambini in questo momento ricevono abbracci.

Ecco io sono della teoria che gli abbracci oltre ad essere un posto perfetto in cui abitare, sono anche curativi, hanno un immenso potere. Grazie all’ossitocina, l’ormone dell’amore, durante gli abbracci nel nostro corpo si infonde una sensazione di benessere diffuso. Si riducono ansia a stress.

Adesso non si abbraccia….non si abbraccia più….e risentiamo di ciò, ne stiamo già risentendo. E chi ne risentirà in modo ancora maggiore domani, sicuramente saranno i bambini.

Loro, i bambini, il futuro. Il nostro futuro.

La nostra società è troppo improntata sul passato, così facendo si smette di vivere il presente e non si riesce a immaginare il futuro, né provare empatia per gli altri al pensiero del futuro.

Le famiglie devono sapere di essere gli unici detentori in questo momento del “Ricordo degli abbracci”. I Custodi.

Un po’ come in quel film dove lui conserva l’ultimo vaso di terra in un mondo ormai completamente sommerso d’acqua.

Così il mio è un vero e proprio appello……..

ABBRACCIATE I VOSTRI BAMBINI, ABBRACCIATELI ANCORA, E ANCORA UNA VOLTA.

Affinché non ci si dimentichino come fare, affinché rimanga il sapere vivo nelle nostre e nelle loro menti.

Un anno sembra poco ma in realtà per un bambino è moltissimo tempo. E forse anche per noi adulti lo è.

Così di nuovo abbracciate i vostri bambini e siate consapevoli del bagaglio umano che state tramandando. State custodendo un valore, un tesoro.

Domani, quei bambini sapranno ancora abbracciare perché nonostante tutto, qualcuno oggi avrà continuato ad abbracciarli.

Francesca Maggianetti

educazione e pedagogia, gravidanza e parto, maternità

Portare Te. .. .. . ..

“Ti ho portato dentro per nove lunghi mesi, e forse qualcosa in più.

Ti ho portato nei miei pensieri ancora prima che tu fossi reale, prima di accorgermi di te.

Ti ho portato dentro per così tanto che il tuo odore è come se fosse il mio, sei una parte di me.

Ti ho portato dentro e insieme facevamo ogni cosa, io andavo e tu venivi con me, io mi fermavo e tu ti fermavi con me.

Così abbiamo imparato a conoscerci, a conoscere i nostri ritmi. Insieme gli abbiamo scoperti.

Eravamo due cuori e un solo fare.

E allora perché poi quando si nasce, il mondo fuori vorrebbe che di punto in bianco smettessi di portarti?

Perchè dovrei affidare il tuo piccolo essere a delle cose inanimate, fredde, metalliche piuttosto che le mie calde braccia, le mie mani e il mio corpo?

Per nove mesi sei stato con me. Ti sei formato in me.

Perchè non posso lasciare che a poco a poco tu ti abitui al mondo? Con i tuoi tempi…..

Ecco si….continuerò a portarti….

Posso ancora portarti ma in un modo diverso.

A stretto contatto, noi due pelle a pelle. In fascia, cuore a cuore, sulla schiena ad ascoltar respiri.

Ti porterò con me fino a che non saprai andare, fino a che non vorrai andare.

Ma anche allora le mie braccia resteranno per te un luogo sicuro dove poter tornare ogni volta che vorrai, ogni volta che ne avrai bisogno, ogni volta che vorrai riposare, ogni volta che vorrai sentirti protetto.

E comunque alla fine, amore mio piccolo, credo che non smetterò mai di portarti, neanche quando sarai così grande da guardarmi dall’alto e ridere di ciò, o quando la tua strada ti condurrà altrove lontano verso mari sconosciuti, o quando le mie mani saranno piccole e tu sarai tanto grande da non riuscire a stare nelle mie braccia…….

…..No, neanche allora smetterò di portarti.

Sarà il mio cuore che continuerà a portare te.

…con amore mamma Francesca.

educazione e pedagogia

“Il Parlatore Tardivo” : parliamo di linguaggio con la logopedista Lucia Cavani

Chi sono i parlatori tardivi?

‘Mio figlio ha 2 anni e ancora non parla.’ Spesso sento mamme dire queste parole.

Per questo motivo ritengo che sia necessario far chiarezza sull’argomento.

I bambini di 24 mesi che pronunciano meno di 50 parole oppure ne dicono di più, ma non sanno combinarle in frasi di due elementi (ad esempio ‘mamma pappa’) si definiscono parlatori tardivi.

E’ preoccupante? 

Non serve farsi prendere dal panico, però è giusto che questi genitori siano informati su come agire per far sì che il bambino riesca a raggiungere la curva di sviluppo fisiologico, affinché a 36 mesi non si instauri un vero e proprio disturbo di linguaggio.

Come si può intervenire?

Ritengo fondamentale un intervento precoce per promuovere maggiori progressi linguistici a breve termine e ridurre gli effetti cumulativi del ritardo del linguaggio, portando il bambino ad avere una curva di sviluppo il più vicino possibile a quella fisiologica. 

Inoltre l’intervento precoce può limitare l’impatto che questo problema può presentare sullo sviluppo emotivo e sul comportamento del bambino.

Il primo tipo di intervento che si effettua è il counseling: il professionista si interfaccerà con i genitori, spiegherà il modo migliore per interagire con il bambino e i caregivers verranno aiutati a creare un contesto adeguato che sia un terreno fertile per la crescita linguistica del bambino.

Cosa è importante nella comunicazione?

L’ascolto e l’attesa sono i prerequisiti essenziali per una buona comunicazione. 

Il primo consiglio da dare al genitore è quello di ascoltare il proprio bambino senza sostituirsi a lui, ad esempio nel dare la risposta al posto del bambino senza attendere. Molto spesso infatti il bambino non risponde subito alla richiesta e il genitore si sostituisce a lui, mentre sarebbe opportuno saper aspettare, favorendo in questo modo la comunicazione genitore-bambino. 

Il bambino deve usare fin da subito parole per rispondere?

No, all’inizio dovremmo accontentarci di un corretto atto comunicativo che può consistere per esempio in uno sguardo e un’indicazione o in uno sguardo unito ad un sorriso.

Per fare un esempio, alla domanda: ‘La vuoi la mela?’ il bambino in un primo momento non vi risponderà sì, ma vi guarderà, guarderà la mela e sorriderà. In quel momento voi verrete a conoscenza della volontà del bambino e lo scambio comunicativo sarà stato funzionale.

In che modo può essere modificato il contesto?

Le domande da porsi sono semplici: l’ambiente è rumoroso? Vi sono troppi giochi? Il bambino ha molte distrazioni mentre ci rivolgiamo a lui? 

È utile ridurre gli stimoli ambientali per favorire la comunicazione.

Bastano semplici accorgimenti, come spegnere la televisione eliminando così i rumori di sottofondo, definendo momenti ben precisi in cui il bambino può ascoltare la musica o guardare un cartone animato.

Il bambino deve avere a disposizione un numero di giochi ristretto con sempre la stessa collocazione, così che possa concentrarsi solo su questi.

Tutto questo aiuta il bambino a sintonizzarsi sul canale comunicativo e consente di creare piccole occasioni in cui il piccolo può esprimere una necessità, anche solo attraverso uno sguardo o un gesto.

Dobbiamo applicare tutti questi accorgimenti nello stesso momento?

È importante non cambiare completamente le abitudini del bambino. È più appropriato modificare un unico comportamento alla volta, piuttosto che fare tanti cambiamenti e non riuscire a stabilizzarne nemmeno uno. 

Il bambino deve essere gratificato?

È fondamentale che il bambino sperimenti successo e gratificazione durante tutto il percorso, perché se l’ambiente è sereno questo produrrà risultati migliori e in tempi minori.

Chi è in conclusione il parlatore tardivo?

Il parlatore tardivo è il bambino che ha bisogno di un piccolo aiuto per riuscire a raggiungere lo sviluppo fisiologico, per questo motivo affrontare questo argomento è utile affinchè più persone possibili ne siano a conoscenza, imparando così a riconoscere il problema ed evitare che questo si trasformi in un vero e proprio disturbo di linguaggio, più difficile da modellare.

Lucia Cavani



Conosciamo meglio l’autrice di questo articolo:

Mi chiamo Lucia Cavani, sono una logopedista laureata all’università di Pisa e specializzata in disturbi dell’apprendimento presso la S.I.P.P, Società Italiana di Psicologia e Pedagogia. Da cinque anni lavoro nella riabilitazione di bambini e ragazzi con disabilità comunicativa, relazionale e del linguaggio presso l’associazione Onlus il Sogno di Castelnuovo di Garfagnana. Ho uno studio logopedico privato in cui mi occupo di comunicazione, linguaggio, apprendimento, voce e disturbi della deglutizione di adulti e bambini.

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educazione e pedagogia, montessori

“Impariamo a lasciare andare le foglie”: i bambini e la lezione dell’autunno

Basta ricercare nella natura per trovare i più grandi maestri.

Come dice Maria Montessori l’ambiente stesso è educativo e noi disponiamo di una natura meravigliosa che ci porta in luoghi inimmaginabili e ci da lezioni uniche.

Basta ascoltarlo.

Così ascoltiamo con orecchi, occhi e cuore questa stagione in cui ci troviamo….l’autunno.

Ognuno di noi.

“Immaginati albero, immagina di vedere piano piano colorare le tue foglie, loro cambiano, e con loro i pensieri, le idee, i concetti, le aspirazioni, i desideri.

Tutto si veste di un abito nuovo. E tu le lasci cambiare, e mentre loro mutano tu diventi più bello, terribilmente unico e speciale, assumi una luce che prima non avevi.

Le foglie sono sempre le stesse ma con un colore diverso e tutto sembra più denso di essenza.

Diventano gialle, rosse, arancio, marroni…..e eccoci al punto…..adesso devono cadere, perché il ciclo della vita possa compiersi e ancora una volta trasformarsi  in altro.

Ecco che nel tempo in cui indossi il tuo vestito migliore, devi lasciarlo andare, te ne devi spogliare.

E ritrovarti nudo, spoglio, per riscoprire davvero l’essenza pura del tuo essere.

Per poterti reinventare ancora una volta, da capo, un nuovo te.”

Cavolo! L’autunno che grande lezione porta con sè.

Imparare a lasciare andare.

Così cogliamo questa grande occasione e accompagniamo i bambini in questa delicata esperienza, diamogli modo di comprendere che tutto passa e ciclicamente ritorna, che tutto si rinnova, sempre ancora una volta.

C’è sempre un altro inizio e una possibilità di cambiare, la vita lo suggerisce, la natura lo mostra.

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Tutti diversi! Mamma Valeria ci racconta…

Spesso si parla di uguaglianza e ai bambini si insegna che siamo tutti uguali…un concetto difficile, profondo e allo stesso tempo fuorviante..si cerca di rendere tutti standard per quanto riguarda caratteristiche, aspetto, carattere, capacità e molto altro….quando la realtà invece è che non esiste uno uguale a un altro….

Insegnamo allora ai bambini ad essere diversi e riconoscersi come tali…non siamo tutti uguali ma siamo tutti diversi….. E va bene così!!!

Allora e solo allora potremo riconoscerci e accoglierci…… perché ognuno è speciale proprio perché unico.

A tal proposito ce ne parla Valeria, con la sua storia da mamma e da donna, sviscera alcuni aspetti della diversità e ci suggerisce di rimanere se stessi perché in quello sta racchiusa la nostra forza….

Da quando ho scoperto la neurodiversità di mio figlio mi sto aprendo all’ipotesi che anche io stessa sia una ‘neurodiversa’.

Non so dove mi porterà questo mio pensiero, ma intanto mi sta dando alcune risposte a domande irrisolte che stavano lì da anni.

Da bambina ho sempre avuto uno spiccato spunto di iperattività, se non sempre fisica sicuramente mentale.

Ho un’organizzazione interna tutt’altro che lineare e spesso tendo a procrastinare le cose che mi fanno più fatica, mentre porto avanti, con molta accuratezza e meticolosità, quelle che mi appassionano…

E, negli anni, mi hanno affaticato e appassionato cose differenti; e così sono apparsa attenta e scrupolosa un po’ in tutti i campi.

Quando ero piccola tutto questo sapevo nasconderlo bene, ho compensato laddove non arrivavo, attingendo dall’abbondanza nelle mie passioni… e tutto per apparire “conforme”… 

Sempre al passo, omologata ad una società che, altrimenti, mi avrebbe visto diversa…

Ma io lo sono…

Sono me stessa in tutto quello che faccio…

Sono caotica e minuziosa…

Sono delicata e spartana…

Sono forte e fragile…

E queste, oggi, sono per me grandi ricchezze…

Ma queste, ieri, sono state enormi sofferenze…

Guardatevi attorno…

Tante persone sono come me…

Date loro fiducia e spazio e sapranno essere uniche!!!

Per noi e per i nostri figli tutto diventa complicato. Eppure non esiste un vademecum… Se nella nostra società ammettessimo il rumore ed il movimento allora probabilmente ci sarebbero meno problemi, ma i bambini DEVONO essere composti, ubbidienti, silenziosi, fermi e noi siamo già tagliati fuori in partenza…

Il problema della nostra società è l’OMOLOGAZIONE…

Si, perchè se non si è CONFORMI ad uno standard, non andiamo bene…

CHI stabilisce COSA non è dato sapersi..

Dobbiamo essere ‘mediamente’ intelligenti; apprendere, leggere, scrivere, colorare, fare di conto… ma anche raccontare, ascoltare, ripetere e coniugare…

A pochi importa se abbiamo fantasia, memoria, creatività, musicalità, energia…

A casa nostra non esiste omologazione; si è diversi, unici, fuori dagli schemi…

Io stessa non sono omologata ad alcuno standard; sono stata un foglio a quadretti in un quaderno a righe, un poligono irregolare in un mondo di cerchi, un numero primo in una tabellina del due…

Ecco, sentendomi così posso capire come si senta mio figlio ed è un grande, grandissimo passo avanti verso una completa accettazione, con serenità e consapevolezza… il resto, quello che ci fanno intendere e insinuare, conta poco…

Vorrei che anche le comunità sociali (scuola, lavoro, sport, squadre, gruppi…) potessero capire e crescere con questi concetti e che, al di là dell’educazione necessaria e fondamentale, i nostri figli hanno sicuramente bisogno di tanta autostima, incoraggiamento, appoggio, comprensione, ascolto…

Con tutti i loro difetti ed un bagaglio di pregi potranno scalare il mondo!!!

Valeria “

Grazie di cuore Valeria…

#tuttidiversi

educazione e pedagogia

“Parlar di sé”: quando i bambini raccontano.

“Mio figlio non mi racconta niente!!!”

Mi capita spesso di sentire genitori che si intristiscono perché il loro bambino non racconta quello che ha fatto durante la giornata, cosa ha fatto all’asilo o a scuola, con quali compagni ha giocato, e si chiedono perché.

Il “non sapere” crea disagio, ma anche senso di non controllo, la situazione sfugge. Molte volte crea invece la sensazione del rifiuto, del “non mi vuole nel suo mondo”. Quello che mi sento di dire è che spesso questi sono solo pensieri dell’adulto che non corrispondono assolutamente con il reale sentire del bambino.

Facciamo un passo indietro e domandiamoci:

“Ma il mio bambino è abituato a raccontare? Sa che può raccontare ciò che vuole nella vita di tutti i giorni?”

Ed io…. “rimango ad ascoltarlo?”

I nostri bambini non sono abituati a raccontare. E noi adulti non sappiamo ascoltare e non forniamo loro l’esempio. Quante volte ci fermiamo noi a raccontare a loro cosa abbiamo fatto durante la giornata?

I bambini apprendono molto per imitazione, quindi come posso pretendere che il mio bambino faccia una cosa se io sono la prima a non farlo.

Siamo molto condizionati inoltre su quello che deve o non deve essere raccontato. C’è poco spazio per la singolarità e le diversità di ciascun bambino. Spesso diciamo che non raccontano perché non sappiamo ascoltare, vorremmo sentire qualche altra cosa uscire dalle loro bocche.

Tutti devono essere uguali, rispettare standard uguali, modelli comportamentali uguali dettati da convenzioni sociali fatte per altro da adulti. A tutti i bambini “deve” piacere la pizza, i cartoni del momento, le principesse, le fate, i super eroi.

E dico “deve”, perché questo è il sentire che ci sta dietro; se porto mio figlio al cinema a vedere l’ultimo film uscito pretendo che si diverta, pretendo che gli piaccia e che sia almeno riconoscente perché l’ho portato. E quando gli chiedo “dai racconta ai nonni come è stato”, lui tutto entusiasta deve raccontare che il film era bellissimo, che il cinema è “fighissimo”, che la storia parlava di. . ., che c’era tanta gente, che abbiamo mangiato i pop corn. Ma è un sentire adulto e non corrisponde a quello che è il sentire e la percezione del bambino.

E se per lui non fosse così ?

Se quel bimbo volesse parlare d’ altro?

Tipo della lumaca che ha visto mentre usciva di casa? Del sasso lungo la strada? Di come era buffa la sedia su cui si è seduto. . .di come era bello correre per arrivare?

Sarebbe sbagliato, perché non  si corre? Perché che senso ha raccontare quando si corre?

Ma avete mai provato a correre??!!?!??

Ma non il correre imposto, tipo corsa per dimagrire o per far finta di essere atletici, correre perché volete, quel correre che richiama tutta la spinta primitiva dentro ad essere liberi e vivi. Così è il raccontare.

I bambini sono vivi e molto spesso ce ne dimentichiamo.

I bambini raccontano il loro essere vivi e molto spesso siamo noi che non riusciamo ad ascoltarli, perché ci portano in mondi che ci risultano lontani, mondi che abbiamo sperimentato ma poi abbiamo perso.

I bambini sanno raccontare ma spesso non diamo loro la libertà per farlo e il Tempo per essere ascoltati.

Creiamo insieme ai nostri figli allora uno spazio, un luogo anche fisico, un momento della giornata, dove poter parlare di sé, io come genitore o come adulto, tu come figlio o bambino, io come io, tu come tu.

Un luogo senza pretese, un luogo senza giudizio.

Partiamo noi raccontando quello che abbiamo fatto durante la giornata, le cose che ci hanno colpito, e soprattutto le sensazioni che sentiamo dentro: “Sai oggi sono stata a lavoro e dove lavoro io ci sono tanti fogli bianchi, e una grande seggiola marrone, molto molto comoda…. ad un certo punto è arrivata….”.

Non facciamo riferimento a cose sue, del tipo “sai c’era un piatto pieno di caramelle sul tavolo, quelle che ti piacciono tanto ricordi?” stiamo parlando di noi, non di lui.

Siamo due cose distinte. I figli non ci appartengono.

Una volta terminato non chiediamo a lui “adesso tocca a te dai racconta!” NO.

Se vorrà farlo potrà farlo, se non vorrà sarà libero di astenersi. Rimandiamogli il fatto che “va bene così come è”, qualunque sia la sua scelta. E accogliamo il fatto che può non voler raccontare a noi.

Ma vedrete che come per magia il nostro bambino a poco a poco comincerà a raccontare di sé, sorprendendoci, ed imparerà a farlo semplicemente perché gli sarà concesso e si sentirà ascoltato senza giudizio, senza pretese, e  diventerà la cosa più naturale del mondo.

Francesca Maggianetti

Pedagogista clinica, Educatrice Montessoriana

educazione e pedagogia

Nonni e Bambini: il rapporto educativo attraverso le storie

“Ecco….fammi rimanere qui vicino, sento la vita che mi chiama, sento te nonno che mi racconti…..”

Credo davvero che i nonni siano un grande tesoro, a livello affettivo sicuramente ma anche e soprattutto a livello pedagogico: l’educazione passa attraverso le loro voci, i loro visi, le loro storie….

In passato ,fino alle grandi riforme degli anni 60, era comune che ogni famiglia avesse al proprio interno i così detti “nonni”.

Con il passare del tempo, l’innalzamento della soglia di concepimento del primo figlio e il prolungamento dell’età della pensione è molto più difficile che questa situazione si verifichi.

Questo in realtà era un immenso patrimonio nelle mani delle generazioni future, i piccoli “nipotini”.

I nonni trasmettono attraverso la relazione con i bambini un gigantesco bagaglio culturale, morale e affettivo vero e proprio, formato negli anni dalle memorie, dalle conoscenze acquisite e soprattutto dal proprio vissuto.

Un aspetto di importanza notevole è che il rapporto nonni-nipoti è investito di una carica affettiva molto differente da quella genitoriale. Proprio perché carico di emotività il rapporto costituirà la base per un  grande insegnamento spontaneo e facilitato. In questo viene riscontrata la grande valenza educativa di tale rapporto.

I nonni inoltre, molto spesso sono gli unici che regalano ai bambini la cosa più importante : IL TEMPO.

Sembra banale, ma in una società odierna dove tutto è molto frenetico e anche gli stessi rapporti lo sono, far riscoprire ai bambini, e quindi dar loro l’opportunità di poter sperimentare  un tempo lento, fa si che possano imparare a vivere le cose nella loro dimensione umana.

Inoltre il tempo ha una sua componente fondamentale che viene trasmessa e cioè la gratuità, e non è facile far capire ai bambini che ci sono alcune cose che non si devono comprare o conquistare, ma sono semplicemente donate da altri. È un modello al quale i bambini attingeranno se viene insegnato loro.

Viene ora spontaneo domandarsi “ma come i nonni svolgono tutto questo?

Attraverso le storie.

Raccontare le favole o storie è il più grande canale di insegnamento, a mio avviso che un nonno possa trasmettere ad ogni bambino, non necessariamente al proprio nipote.

Perché le storie?

Le storie nascono per raccontare ai bambini fatti, avvenimenti, idee, difficilmente comprensibili se spiegati come farebbe un adulto, perché il bambino non ha lo stesso bagaglio di esperienze che acquisiamo con il tempo e quindi non può attingervi. Le storie servono per poter aiutare i bambini a risolvere situazioni problematiche, lasciano passare un insegnamento morale.

Ogni storia, vera, inventata, fantastica che sia, porta al suo interno sempre una struttura ben precisa; troviamo uno o più protagonisti (polo positivo), che si trovano improvvisamente di fronte a un problema (polo negativo) e devono cercare di risolverlo. Questa modalità può aiutare il bambino a concepire che ogni problema in realtà ha una soluzione o quantomeno porta in una certa direzione. Possono essere percepiti così un prima e un dopo, un susseguirsi di eventi, un divenire. Vengono dati al bambino delle strategie di risoluzione dei problemi, viene insegnato che è attraverso le proprie azioni che i protagonisti trovano una soluzione, e quindi percepiranno il concetto che ogni azione ha in se una reazione.

Quali storie?

“Le storie sono infinite”.

 A mio personale avviso la miglior favola che un nonno possa raccontare è la propria STORIA PERSONALE, ovvero la storia della propria vita, semplicemente.

Raccontare la propria storia, grande o piccola.

Raccontare aiuta a ricordare, e fa sì che si venga ricordati.

Ognuno di noi ha il ricordo di un “nonno” che racconta. Ma che cosa racconta?

Se riflettiamo un attimo ci accorgiamo che sicuramente  racconta del suo passato la sua storia, quando lui era bambino.

Quindi cari nonni, ai bambini raccontate la vostra storia.

Come si racconta?

Di seguito un piccolo pro memoria di cosa è importante ricordare quando si racconta ai bambini.

  • I bambini non hanno la percezione del tempo come la nostra, per loro un’ ora corrisponde ad una vita.
  • I bambini piccoli non hanno il senso dell’ umorismo, non comprendono le battute, questa sarà una capacità che si affinerà nel tempo.
  • I bambini non comprendono le similitudini, gli eufemismi e le costruzioni grammaticali difficili se non spiegate : se ad un bambino dite “mi ha spaccato il cuore”, intendendo che mi ha ferito nei sentimenti, loro capiranno che qualcuno come lo spaccalegna ha spaccato con qualche cosa il vostro cuore.  Se dite “devi portare pazienza”, è probabile che vi rispondano “e dove la devo portare?”
  • Ricordatevi di usare un linguaggio semplice e chiaro ma NON omettete detti popolari o modi di dire propri del posto o della vostra vita, arricchiranno il loro bagaglio.
  • Non abbiate paura di lasciar trapelare le emozioni legate a quei ricordi, “belle o brutte” che siano, (perché ricordate non esistono emozioni belle o brutte, ognuna ha una sua specifica funzione!)
  • Accompagnate il racconto con delle foto inerenti la storia che state raccontando, l’immagine viene percepita come molto accattivante ed il linguaggio visivo è molto più immediato, aiuta e integra il linguaggio verbale.

Che sia allora un Buon Raccontare…..perchè in fondo NOI SIAMO UN RACCONTO.

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Insegnare ai bambini a pensare!

Nella comune educazione si crede che “insegnare” equivalga a proporre al ragazzo o al bambino verità precostituite, preconfezionate o ormai presenti da tempo nella storia sociale e comune. Quante volte sentiamo dire “si fa così perché si è sempre fatto!”

L’insegnamento sembra passare attraverso il processo -io adulto detengo il sapere, tu bambino apprendilo-. Insegnare significa “lasciare dei segni”.

Ecco io credo che sia necessario affinché l’insegnamento e quindi l’apprendimento entri nella vita di un bambino o di un ragazzo che esso lasci si dei segni, ma significativi per quel bambino o ragazzo, e che esso ne possa far uso nella vita di tutti i giorni e sappia darne un valore.

Si dice che ” se sento dimentico, se vedo ricordo, se faccio comprendo”.

Dobbiamo quindi insegnare ai nostri figli a fare comprendendo ciò che stanno facendo.

E’ vero che siamo comunque influenzati dalla società e dall’ambiente in cui viviamo, ma non per questo dobbiamo dare ai nostri figli verità preconfezionate.

Un maestro Sufi aveva l’abitudine di raccontare una parabola alla fine di ogni lezione, ma gli studenti non ne capivano sempre il messaggio.

– Maestro – disse un giorno con aria di sfida uno degli studenti – ci racconti sempre una storia, ma non ci spieghi mai il suo significato più profondo.

– Vi chiedo perdono per questo – si scusò il maestro -, permettimi di riparare al mio errore, intanto ti offro questo pesce che ho appena pescato.

– Grazie maestro.

– Tuttavia, vorrei ringraziarti come meriti. Mi permetti di pulirti il pesce?

– Sì, ti ringrazio molto – rispose lo studente sorpreso e lusingato dall’offerta del maestro.

– Ti farebbe piacere, dal momento che ho il coltello in mano, che lo taglio anche in piccoli pezzi in modo tale che ti sia più comodo mangiarlo?

– Mi piacerebbe, ma non voglio abusare della tua generosità, maestro.

– Non è un abuso se te lo offro io. Voglio solo compiacerti in tutto ciò che posso. Permettimi anche di cucinartelo e di masticarlo prima di dartelo.

– No maestro, non mi piacerebbe che facessi questo! – rispose lo studente sorpreso e scioccato.

Il maestro fece una pausa, sorrise e disse:

– Se io spiegassi il significato di ciascuna delle storie ai miei studenti, sarebbe come dargli da mangiare della frutta già masticata.

Insegnare ai bambini a credere ciecamente a verità assolute senza metterle in discussione, è come dargli frutta già masticata. Insegnare loro cosa devono pensare, significa sottrargli una delle capacità più importanti: la capacità di auto-efficacia.

L’auto efficacia, o meglio l’auto efficacia percepita, come descrive Bandura, corrisponde alla convinzione da parte del’individuo di essere capace di dominare specifiche attività, situazioni o aspetti del proprio funzionamento psicologico o sociale, nonché imparare dall’esperienza. E il fatto di poter essere efficaci in questo innalza notevolmente la nostra autostima!

Dobbiamo quindi insegnare ai nostri figli a osservare, pensare e poi agire secondo un loro principio. Dobbiamo concedergli di sperimentare la propria efficacia.

I nostri bambini potranno sbagliare. In realtà, è molto probabile che lo faranno, ma impareranno dall’errore e andranno avanti, arricchendo così il loro bagaglio di strumenti per affrontare la vita. Dobbiamo insegnargli a far valere i loro principi.

Dal punto di vista cognitivo, non esiste sfida maggiore che affrontare problemi ed errori, dal momento che questi non richiedono solo sforzo, ma anche un processo di cambiamento e di adattamento. Di fronte a un problema si mettono in moto tutte le nostre risorse cognitive e, spesso, la soluzione comporta una riorganizzazione del nostro schema mentale.

Quindi, invece di insegnare ai bambini delle verità assolute perché non offriamo loro delle sfide che li obblighino a pensare?

Se insegniamo ai bambini ad accettare senza pensare, queste informazioni non saranno significative, non produrranno un cambiamento importante nel loro cervello, ma verranno semplicemente memorizzate da qualche parte nella memoria, dove scompariranno lentamente.

Quando i bambini sono abituati a pensare, a mettere in discussione la realtà e cercare da soli le soluzioni, cominciano a fidarsi delle loro capacità e affrontano la vita con maggiore fiducia e minor paura, imparano a riflettere, a crearsi un proprio modo di vedere le cose, e così facendo fondano i loro valori.

E’ chiaro che educare bambini che sanno pensare e che non accettano tutto come verità, produce delle grosse conseguenze per noi adulti: se pensano sapranno risponderci, sapranno far valere il loro pensiero, e allora sarà lì che verranno alla luce le nostre mancanze, perché quel principio che tanto inculchiamo o vogliamo promuovere deve essere difeso e devono esserci motivazioni valide per farlo. E non sempre purtroppo le abbiamo!

Magari potrebbe essere l’occasione per accorgersi che dobbiamo fare un passo indietro, magari ci dobbiamo scontrare con il futuro che arriva a noi, o semplicemente compiacerci per la diversità del pensiero altrui.

Concludo con un corto pixar, che a mio avviso mostra bene il delicato rapporto genitori figli riguardo a ciò e la meraviglia e la felicità di un bambino che seguendo liberamente la sua idea arriva a risolvere una delicata faccenda….

“Non dobbiamo creare bambini, ma aiutare i bambini a creare se stessi.”